CantOrso: l'osteria del Pigaciccia

 

 

 

 

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cantorso pigaciccia osteria insegna Avete presente quei locali fumosi come la nebbia del ponte di Londra in una mattinata umida e uggiosa d'autunno inoltrato o come lo smog della via centrale di una metropoli nell’ora di punta, dove la quantità minima di decibel è inferiore a quella del campanile della basilica di San Pietro in Vaticano durante la celebrazione delle feste? Ecco, quella era l’atmosfera dell’osteria del Pigaciccia. Certo, non sempre era così… diciamo otto volte su dieci! La densità media di avventori per metro quadro superava inoltre quella del mercato del pesce di Pechino, tanto che gli aromi e gli olezzi lì presenti avrebbero potuto stendere un ippopotamo col raffreddore. Nonostante ciò, l’osteria era il fulcro della vita di CantOrso, non solo rappresentava il centro di ogni attività del paese, ma svolgeva anche tutte le funzioni di solidarietà sociale del caso. In quel piccolo borgo dove non esisteva il denaro chi avesse avuto necessità avrebbe sempre trovato al Pigaciccia un piatto per sfamarsi, oltre che una buona compagnia per non rimanere solo.

Ma veniamo ora alla famiglia che gestiva quel ‘Colosseo’ di taverna. La cucina, il regno assoluto di nonna Ida e mamma Tarsilia, era stata allestita all’interno di un enorme locale dove file di pentoloni in continua ebollizione stazionavano perenni su fornelli alimentati a legna o a carbone. Piatto forte della casa erano le melanzapanze, frutti dell’albero di melanzapanze, cucinate in tutti i modi possibili: dolci o salate. Del resto, sull’abbondanza delle porzioni non v’era nulla da ridire, il menù medio infatti prevedeva: trentacinque antipasti divisi tra caldi e freddi, quattro primi, quattro secondi con contorno, frutta, formaggio e dessert. Ma, le incursioni programmate della bisnonna Adalgisia finivano per mischiare sempre le carte in cucina. Già, perché quell’arzilla vecchietta disponeva di una filosofia tutta sua per quanto riguardava le ricette gastronomiche. Adalgisa sosteneva che la gioventù del paese, cioè il novanta percento degli abitanti, fosse alquanto moscia e svogliata rispetto a quella dei suoi tempi, perciò si era impegnata nella missione di rinvigorire gli animi attraverso il cibo. Di nascosto si intrufolava in cucina e, senza farsi vedere, versava nelle pentole, sugli spiedi o sulle vivande in uscita le più svariate spezie e condimenti frutto dei suoi stessi esperimenti. Il risultato era che agli avventori sarebbero potuti capitare piatti piccantissimi, dessert dolcissimi o pietanze dai sapori più inaspettati. Sebbene nonna Ida e mamma Tarsilia, nonostante usassero sempre gli stessi ingredienti, non avessero mai capito perché le loro ricette variassero gusto continuamente, bisogna dire che la bisnonna non era una sprovveduta, e che le sue alchimie apportavano modifiche per la maggior parte gradite, ottenendo effettivamente qualche buon risultato per i fini della sua segreta missione.

Il variegato mondo dei frequentatori di quell’osteria sperduta nel mezzo della Marca delle Terre Favolose era composto da un’infinita schiera di pirati, guerrieri, avventurieri e girovaghi, vi bazzicavano anche animali fantastici, e non, dotati di intelletto e parola, fate, fatine e individui appartenenti ai popoli più strani, nonché personaggi di un certo rilievo fiabesco. Appese alle pareti si potevano infatti trovare: ritratti di Pinocchio seduto a mangiare con il Gatto e la Volpe; una gigantografia del capitano Nemo con alle spalle tutta la famiglia sorridente della bisnonna Adalgisia; un quadro con il Mago di Oz intento a sfoggiare i suoi giochi di prestigio durante uno spettacolo serale; un dipinto con Ezechiele Lupo che offriva la cena a Cappuccetto Rosso e ai tre porcellini; un disegno con la Bella Addormentata nel bosco al tavolo con la Strega Cattiva e il Principe Azzurro; un acquerello con i Sette Nani che festeggiavano l’apertura di una nuova miniera; un’incisione con Pollicino che si ubriacava assieme al Gatto con gli Stivali e al Brucaliffo.

cantorso pigaciccia osteria famiglia albero genealogico Nonno Egidio, che gestiva la cantina nel piano interrato sotto la taverna, per riuscire a soddisfare i gusti di tutti quei fantastici clienti aveva sviluppato una serie di alambicchi che gli consentivano di distillare bevande dai meno sessanta ai più cinquecentocinquanta gradi alcolici. La cantina conteneva talmente tante botti, botticelle e damigiane da formare un intricatissimo labirinto, dove si narra si fosse addirittura perso lo stesso Minotauro. A papà Galdino spettava invece la sala e il servizio ai tavoli, era così bravo e veloce nel soddisfare le comande che le malelingue dicevano fosse provvisto di una scorta infinita di Blue Velox, le famose gomme blu di Positronia. Galdino parlava sei lingue e venticinque dialetti, ed era persino in grado di esprimersi in una serie infinita di versi per soddisfare anche quegli animali non provvisti di una linguaggio vero e proprio. Tuttavia, nessuno aveva ancora capito come riuscisse a prendere le ordinazioni dalle lumache giganti di bosco Clorofillo!

Vi erano infine Agazia e Filargino, i due figli di mamma Tarsilia e papà Galdino. Sorella e fratello si impegnavano a dare una mano ovunque a seconda delle necessità, soprattutto durante le festività quando il lavoro si intensificava molto. La festa del Generale Inverno era una di queste, ma c’erano anche il giorno della Fenice Annacquata, il palio dei Cavallucci Marini, l’anniversario dell’Unicorno Abbandonato, la sagra dei cosciotti al sugo, la notte delle Lucciole Spente e molte altre ancora. In queste occasioni ci si divertiva con alcuni giochi tradizionali come ‘il lancio di nonno Trinca’, dove i partecipanti dovevano gettare un dado in un bicchiere posato sopra a una carta da gioco coperta e scelta a caso dal mazzo. Chi non centrava il bicchiere, non riusciva a far uscire il numero 6 sulla faccia del dado o non trovava l’asso di picche nella carta coperta era costretto a bere il vino contenuto nel bicchiere. Una variante dello stesso gioco, studiata per quelli più bravi, prevedeva di eseguire il tutto bendati. La ‘corsa a ostacoli del Bianconiglio’ era un’altra di queste folkloristiche gare. Inutile soffermarci sulla quantità e sulla difficoltà degli ostacoli da superare, che perlopiù consistevano tutti in giganti tavole imbandite dei più succulenti manicaretti da ingurgitare nel minor tempo possibile, o in enormi botti e damigiane da scolare fino all’ultimo goccio. Insomma, se vi fosse capitato di entrare nell’osteria del Pigaciccia durante le feste vi sarebbe convenuto prestare attenzione ai vostri compagni di tavolo, valutare bene quali cibi o bevande accettare e, soprattutto, assicurare alla porta di ingresso un piccolo filo così che seguendolo sareste stati poi certi di ritrovare l’uscita.